Chi siamo noi europei?
Davanti all’odio popolare nei confronti degli esattori delle imposte, il professore e fiscalista Victor Uckmar, in una intervista del 13 maggio 2012 sul Fatto Quotidiano, disse che «i cambiamenti storici più importanti, anche la nascita delle nazioni è punteggiata da lotte per via delle tasse. Dal no taxation without representation fino alla nascita degli Stati Uniti, di fatto sbocciati sulle ceneri di una rivolta per i dazi doganali del tè… insomma, la storia è lunga, ma proprio perché la storia insegna, sarebbe il caso che Monti mettesse mano a qualche soluzione per evitare che la protesta travalichi». Ed è di qualche giorno, come riportato dall’Adige, la volontà del governo di Roma di incrementare il prelievo fiscale, in terra trentina, del 40% rispetto al 2011. Proprio oggi l’Ansa riporta la notizia che Italia è in testa in Europa per la pressione fiscale sul lavoro. «Nel 2010, -riporta l’Ansa- in base ai dati resi noti oggi, il peso implicito - ovvero tasse più oneri sociali - dello Stato sul costo del lavoro è salito dal 42,3 del 2009 al 42,6%. Nei 17 Paesi dell'Eurozona il tasso medio è stato del 34%». Nel 2012 il peso fiscale crescerà di quasi due punti percentuali passando dal 45,6 al 47,3%. Resterà invece ferma al 31,4% la pressione sulle aziende.
In un periodo di crisi il prelievo fiscale non è proprio bello. Sul sito http://dizionari.corriere.it troviamo la seguente definizione di crisi: «deterioramento di una condizione oggettiva con conseguente instabilità socio-politica e decadenza delle istituzioni civili; turbamento della pacifica convivenza, della vita in comune». E poi: «periodo caratterizzato da una caduta della produzione, da disoccupazione, scarsa utilizzazione degli impianti, riduzione degli investimenti».
Il termine crisi è entrato nel nostro quotidiano. Proprio oggi il governatore dell’Alto Adige Luis Durnwalder, al termine di un incontro tra la giunta provinciale e le banche locali, ha dichiarato che la crisi «internazionale produce i suoi effetti anche in Alto Adige e non è ancora finita. Forse - ha aggiunto - gli effetti della congiuntura non hanno ancora raggiunto il loro apice». Nell'incontro, come riportato dall’Ansa, è stata decisa l'istituzione di una task force composta dagli assessori Bizzo, Widmann e Mussner che nell'arco di un mese stipuleranno un piano d'azione assieme alle banche.
Ritorniamo alla domanda iniziale: Chi siamo noi europei? E’ il quesito che lo studioso Paolo Viola si pone nella prefazione del suo libro «L’Europa moderna. Storia di una identità» (Enaudi, 2004). Nella lettura del testo, l’autore afferma che l’Europa «cerca ora la sua identità e la sua umanità, in un momento in cui il futuro appare piuttosto vuoto. Sommerso, non salvato. Tuttavia molto progresso benessere e libertà, e qualcosa potrà pur essere salvato, non sommerso».
Il libro di Paolo Viola ripercorre la storia del popolo europeo in un periodo compreso fra la caduta di Costantinopoli, avvenuta nel 1453 sotto il fuoco dei turchi guidati da Maometto II il Conquistatore e la Grande Guerra (1914-1918): evento, quest’ultimo, definito con il termine di suicidio d’Europa, poiché decretò la fine del potere esercitato dagli stati europei su tutto il mondo.
L’idea di Europa moderna (1453-1914), analizzata dall’autore è la seguente. E’ quella «in cui tutto il pianeta è stato conquistato da una delle sue popolazioni, gli europei. I quali poi lo hanno perso; ma non prima di averlo trasformato irreversibilmente, e avergli trasmesso alcuni dei loro caratteri originali, che sono stati altresì le armi della conquista. Innanzi tutto il capitalismo, e poi le istituzioni politiche complesse, pluralismo giuridico, culturale, politico, in alcuni casi tolleranza, ma anche nazionalismo e razzismo, e alla fine regole istituzionali e pratiche discorsive qualificate come democratiche: inclusive, a determinate condizioni».
Tutti questi elementi hanno costruito la società europea dell’Età moderna. Sono caratteri, stando all’autore, più flessibili e competitivi rispetto a quelli di altre culture. I punti di forza di quella Europa furono l’istituzione ecclesiastica, la Chiesa, rivale della politica, la nobiltà, un ceto dirigente militare e una molteplicità di ordinamenti e politiche urbane molto diverse fra loro e spesso in conflitto.
Per quanto riguarda il periodo compreso fra il XVI e il XIX secolo, scrive sempre l’autore, che «l’identità europea si è costruita sulla certezza di essere superiori agli altri, di avere armi e idee, modelli di vita che li destinavano e li autorizzavano a conquistare e civilizzare il mondo, alla fine di appartenere a una razza superiore». Questo senso di superiorità non ha permesso agli europei di darsi una unità culturale e politica. E’ mancato, quindi, un senso di appartenenza comune. «E’ interessante –scrive sempre Viola- che ci provino ora, quando della superiorità resta poco».
Andrea Casna
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