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Venerdì, 03 Agosto 2012 14:57

La corsa dei tori a Pamplona (2)

PAMPLONA (SPAGNA) – La sveglia suona alle quattro in punto. Il termometro segna undici gradi. Mi raggomitolo per concentrare un po' di calore nel sacco a pelo troppo leggero per le notti della Navarra. Ho dormito solo tre ore steso sul materassino nel campeggio Ezcaba. Però è stato bello dormire all'aperto e sentire l'aria fredda sul viso, peccato che le stelle ho potuto soltanto immaginarmele.
Mi lavo in fretta la faccia e con i miei compagni di viaggio mi affretto all'uscita del campeggio. Saltiamo sul bus navetta delle quattro e mezza. Un quarto d'ora più tardi l'autobus si infila come un grande scarafaggio metallico nel piano interrato della nuova stazione di Pamplona. Un gruppetto di festaioli giacciono immobili nello stallo di sosta. L'autista ottiene il via libera dando fiato alle trombe, ma viene offeso fino alla terza generazione in quattro lingue.

Sul centro storico pare si sia abbattuta una tempesta. Le calles e plaza del Castillo sono quasi nascoste sotto ai rifiuti. Qua e là si scorgono le sagome inermi dei caduti dell'alcol. Ma sono le narici quelle che se la passano peggio. I miasmi di alcol, vomito e sudore si amalgamano in un'orribile mistura che diventa proprio insopportabile negli angoli e nelle vicoli dove non passa molta aria.
Intorno alle sei ci infiliamo in un bar per fare colazione. I baristi hanno lavorato tutta la notte e sono esausti. Basta una parola sbagliata per farli esplodere in una sfilza di meravigliose volgarità in castigliano. Accanto alla mia tazza di caffè c'è mezzo bocadillo de chorizo (una baguette farcita di salame) con qualche segno di morso. Una ragazza si avvicina e mi chiede se il panino è mio.
“Ehm...no”.
Lei ringrazia e se ne va con pane e salame.

Per essere sicuri di partecipare all'encierro è meglio entrare nel percorso prima delle sette. Questo vale soprattutto durante il fine settimana, quando i corredores sono molto più numerosi. Io correrò con Walter, di Alessandria, uno dei miei quattro compagni di viaggio. Ce la prendiamo comoda: alle sei e quaranta siamo già nella salita di Santo Domingo, a poche decine di metri dal recinto in cui i tori pascolano tranquilli. Ripasso mentalmente il percorso, come un discesista prima di lanciarsi giù per la Streif a Kitzbűhel. Dopo il primo tramo in salita, il percorso piega a sinistra e subito a destra nella piazza del municipio. Da lì si imbocca calle Mercaderes, una lieve discesa fino alla secca curva a destra che immette in calle Estafeta. Questo è il punto più famoso e pericoloso dell'encierro perché i tori, galoppando a tutta velocità, non riescono sempre a curvare senza scivolare e cadere. E quando un toro rimane suelto, ossia staccato dal resto del branco, si creano spesso situazioni di grave pericolo. Lo sanno benissimo giornalisti, fotografi e tele operatori assiepati fin sull'ultimo centimetro utile della staccionata che delimita la curva. La via Estafeta è un lungo rettilineo in leggera salita, dove si ammassa il maggior numero di corredores. L'ultimo tratto si chiama Telefonica e si conclude nella plaza de toros.



Walter è alla sua settima corsa e i suoi consigli mi rassicurano. Sono le sette. Ancora un'ora. Prima di partire per Pamplona, pensavo che a questo punto del mio racconto me la sarei cavata con un “è difficile descrivere cosa si prova in quei momenti”, ma non è affatto difficile in realtà. Guardavo il recinto dei tori, il percorso, l'orologio, le facce degli altri corredores, e quello che provavo era tensione e fifa. Fifa blu.
Vado a fare pipì contro un albero, operazione che ripeterò altre cinque volte prima delle otto.
Io e Walter decidiamo di spostarci un po' più avanti, nella piazza davanti al municipio. I corridori sono così numerosi che è difficile solo camminare. Mi chiedo dove passeranno i tori.

Secondo tradizione, si dovrebbe correre l'encierro vestiti interamente di bianco, con foulard e fascia rossa alla vita, però nei fatti circa un quarto dei partecipanti indossa magliette dai colori sgargianti, gialle e rosa perlopiù. Sono i corredores più esperti, di Pamplona e della Navarra, ed è il loro modo di fare squadra e distinguersi nella diretta televisiva. Altre figure abituali della corsa, e di tutta le festa di San Fermin, sono dei distinti sessantenni di corporatura robusta, barba e capelli bianchi pettinati all'indietro. Si tratta di emuli, o meglio dire di aspiranti sosia, di Hemingway, americani che anno dopo anno soddisfano a Pamplona il loro bisogno di apparire.
Sono le sette e mezza. Inizio a saltellare e a stirare i quadricipiti. Conosco un ragazzo di Bilbao.
“È la prima volta che corri?”, domanda.
“Sì”
“Ricordati solo una cosa: se vedi il toro dietro di te, a terra!”
Lo ringrazio e cerco di distrarmi ripassando le poche regole: alle otto viene lanciato un primo razzo, che significa l'apertura del corral, il recinto. Il secondo razzo avvisa che tutti gli animali sono usciti dal corral. Se tra i due botti trascorrono molti secondi, i corredores possono così capire che il branco si diviso e i tori corrono separati. Il terzo razzo parte dall'arena quando non ci sono più tori nel percorso, il quarto quando sono al sicuro nel toril e la strada può essere riaperta. A tutt'oggi non si è trovato un metodo più efficacie dei cohetes (i razzi) per comunicare ai corridori la posizione dei tori.

Ho deciso che cercherò fortuna nella piazza del municipio. In linea teorica è uno dei punti più pericolosi, perché i tori sono ancora belli freschi e il percorso disegna una esse. In realtà, per avvicinarsi ai tori bisogna cominciare a correre una decina di secondi prima del loro arrivo. Quindi, secondo i miei calcoli, al loro passaggio dovrei già trovarmi nella Mercaderes.
Alle otto meno un quarto sento il respiro corto e riesco a distinguere il battito del cuore. Tra qualche minuto, nella cuesta di Santo Domingo, verrà intonato il primo dei tre cantici, ma dietro a tutta questa calca sarà impossibile sentirlo. Un ragazzo accanto a me alza la fotocamera sopra al mare di teste saltellanti. Un poliziotto scende dalla staccionata, lo afferra senza complimenti per un braccio e lo trascina fuori. Nell'encierro vi sono regole alle quali non si può proprio trasgredire, come scattare fotografie poco prima dell'arrivo dei tori. Non si può rischiare che tori e corridori trovino sui loro passi delle figure impalate dietro a una digitale o a uno smartphone. I tori risolverebbero la questione con una sapiente cornata, ma i corridori potrebbero inciampare e cadere.

Alle otto meno cinque un falso allarme. Una ventina di esagitati arrivano a tutta velocità e urlando. Siamo in molti a cascarci e a cominciare a correre, ma la polizia ci invita a calmarci. I sensi sono al massimo dell'allerta, i nervi scoperti, l'adrenalina a ciclo continuo nelle vene. Guardo l'orologio adesso. Le otto. Se fino a pochi minuti fa le voci dei corredores formavano un coro allegro e spavaldo, ora il livello dei decibel è crollato di colpo. Lungo tutti gli 850 metri dal recinto all'arena aleggia un silenzio carico tensione ed eccitazione. Finché un razzo esplode cento metri più in alto e la tensione si trasforma in una gamma di grida tra l'esultante e l'isterico. Per venti secondi rimango fermo guardando all'indietro. Ora un blocco bianco inizia ad avanzare a passo lento. Adesso a passo veloce. Due secondi ancora. Corsa lenta. Altri due secondi eterni e la corsa diventa scatto. Mi metto a correre anch'io ma non è facile ritagliarsi uno spazio in mezzo alla strada perché gli altri corridori spingono, tirano gomitate, calci, spallate. Alla mia destra un ragazzo con la maglietta gialla cade trascinando con sé un'altra decina di uomini e ragazzi. La confusione è totale, non si capisce dove siano i tori. Penso solo a correre il più veloce possibile. Percorro accellerando tutta la curva tra Mercaderes ed Estafeta. Altri venti metri, due ragazzi cadono davanti a me, per evitarli mi butto a destra verso le case. Provo a riprendere subito la corsa, ma ecco i tori. Mi sfilano a due metri e sono veloci. Sono incredibilmente veloci. Scortati dai mansos (buoi), puntano diritto davanti a sé, come la prua di un veliero che si fa largo tra i flutti. Per pochi istanti riesco ad osservare gli occhi del toro di testa, e mi pare di leggervi più paura che furore. In un attimo è tutto finito. I tori arrivano in fondo ad Estafeta ed entrano nell'arena.

Correndo l'ultimo tratto, rifletto su come tutto sia stato così veloce. In pochi secondi ho vissuto un concentrato delle emozioni più forti e contrastanti: passione, pietà, vita dura e forte, morte, adrenalina, paura, coraggio, incoscienza, prudenza. Ma cosa sono in fondo l'encierro, il toro, la corrida? Illusori equilibrismi tra la vita e la morte. Uno sfidare la caducità dell'esperienza umana. L'ammissione di non essere nulla di fronte alle forze primordiali che governano la natura, per una volta concentrate nel corno di un toro selvaggio di cinque quintali. Per questo la tauromachia merita un rispetto che va al di là della semplice tradizione.



Terminato l'encierro, i corridori si riuniscono sul fondo sabbioso dell'arena. Bisogna fare in fretta però, perché quando i tori sono rinchiusi al sicuro nei toriles, la polizia chiude il portone d'ingresso. Vale la pena di correre solo per trovarsi al centro della plaza, i cui spalti sono gremiti fino all'ultimo posto. A questo punto inizia lo spettacolo delle vaquillas, vitelle di un paio di quintali dotate di corna con le punte smussate. Non si tratta però delle bonarie e un po' tonte vacche che siamo abituati a veder pascolare sui prati delle Alpi. Queste sono veloci ed agili. E attaccano qualsiasi uomo o animale che incontrino sul loro cammino. Attaccano a muso basso come tori. Il tutto si svolge così: viene aperto un portone di legno davanti a un corridoio, e in fondo al corridoio c'è la vaquilla. La quale, appurato il via libera, si lancia nell'arena ad una velocità inverosimile. Il gioco consiste nell'avvicinarsi il più possibile all'animale evitando di farsi incornare. Le vitelle dimostrano un'agilità sorprendente per le loro dimensioni. Scartano a destra e a sinistra come furetti indiavolati, contro tutto e tutti. Ogni incornata è spettacolare: ho visto un ragazzo scaraventato due metri in aria e ricadere di faccia nella sabbia; un altro agganciato per i pantaloni e trascinato per mezza arena; un cinese che si piazzava apposta davanti alla vaquilla per ricevere quanto dovuto.

Il pubblico partecipa con esultanti “olè!” ogni volta che la vitella centra un bersaglio, ma gli spagnoli sanno essere molto violenti con chi non rispetta l'animale. Il rispetto è la regola numero uno degli spettacoli taurini. Toccare la groppa del toro o della vitella, afferrarli per la coda o per le corna è come offendere un intero popolo. Ho assistito a scene brutali. Quando qualche esaltato in cerca di visibilità afferrava la vaquilla per le corna, dalle tribune partiva subito una salva di fischi assordanti. Se quello non lo capiva, tutto il pubblico si univa in un coro inequivocabile: “Hijo de puta! Hijo de puta!”. Dagli spalti volavano persino bottiglie di plastica piene d'acqua. Ho visto un americano che non voleva proprio saperne di mollare la presa dalle corna della vitella. In un attimo tre spagnoli si sono avvicinati e l'hanno convinto prendendolo a pugni e a calci. L'americano, con un labbro rotto e gli occhi spiritati, ha quindi lasciato il centro dell'arena con la sua storia di San Fermin da raccontare agli amici.
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1 commento

  • Link al commento Sabato, 04 Agosto 2012 08:07 inviato da Carpi m.

    Credo e ne sono quasi certo,che metere a repentaglio la vita,per una scarica di adrenalina,sia un offesa e un insulto a chi per malattia,la cerca di trattenere con tutte le forze. Non me ne voglia l'amico Daniele!

    Rapporto

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